domenica 20 aprile 2014

Il futuro


Il futuro arrivò improvvisamente una notte di primavera.
La sera precedente la gente era andata a dormire nel solito vecchio presente e non si accorse di nulla fino al mattino dopo.
I pochi nottambuli che assistettero all’evento, in seguito furono concordi nel dire che il futuro era arrivato alle quattro, undici minuti e trentadue secondi (tale precisione è facilmente spiegabile: nel futuro l’esattezza è la norma, non l’eccezione).
Fra i primi a rendersi conto della situazione ci furono i redattori dei quotidiani, che cambiarono in tutta fretta le prime pagine, come al solito dedicate al malgoverno, all’aumento della criminalità e allo sport, per dare risalto al sensazionale avvenimento; nonostante l’ora riuscirono a far arrivare i giornali puntualmente in edicola al mattino (un miracolo, potrebbe pensare qualcuno, ma non dimentichiamoci che ormai si era nel futuro).
“Comincia una nuova era”, “Il futuro è Qui”, “Viviamo nel futuro”; i titoloni a nove colonne si sprecavano, anzi, no, erano giusti, nel futuro non ci sono sprechi.
Anche senza i titoli dei quotidiani la gente si accorse subito che le cose erano cambiate; intendiamoci, niente era cambiato, la vita sulla terra procedeva esattamente come prima, con una sostanziale differenza: tutto funzionava alla perfezione.
Dopo secoli e secoli di attesa, di previsioni, di modelli di sviluppo, di teorie su un costante ma progressivo miglioramento, il futuro era arrivato di colpo, ed era alla portata di tutti.
Quella notte scomparve dai vocabolari e dall’immaginario collettivo la parola “progresso”: il progresso era un mezzo, quando il fine è raggiunto che senso hanno i mezzi?
Le guerre cessarono di colpo, i beni vennero ridistribuiti fra gli uomini in maniera egualitaria, cessarono le carestie, scomparvero il cancro e l’AIDS, i politici portarono avanti efficacemente i programmi esposti nelle campagne elettorali, splendeva il sole e la pioggia cadeva solamente quando ce n’era bisogno, la squadra del cuore vinceva sempre ed il lavoro era diventato un piacevole passatempo, la vita scorreva come un meccanismo ben oliato e secondo l’ordine naturale delle cose.
Il crimine era scomparso, l’uso delle armi dimenticato, il sopruso rimosso dall’indole umana, il benessere era il fondamento della vita quotidiana di ognuno.
In un primo tempo i leader delle grandi potenze mondiali fecero a gara ad attribuirsi i meriti della situazione, finché qualcuno fece loro garbatamente notare che, nel futuro, non c’era più bisogno di leader, di governi e di superpotenze: costoro (fra gli ultimi ad apprezzare i benefici della nuova vita) chiesero scusa a tutti e si dedicarono ad altre attività più divertenti, mentre la gente prese ad amministrarsi da sola, in piena libertà e nell’assoluto rispetto delle libertà altrui.
La morte arrivava in tarda età e serenamente, senza dolore ne traumi per il morituro e per i parenti e gli amici, che salutavano il defunto con grandi feste nelle quali si celebrava la vita piacevole che aveva condotto e che rimaneva per i vivi.
Lo studio della storia era serenamente tollerato nei confronti di pochi eccentrici i quali, poveretti, avevano voglia di tenere vivo il ricordo degli errori del passato; “Che spreco di tempo”, pensava la gente “ricordare il passato, proprio ora che siamo nel futuro!”, ma li lasciava fare, rispettando, senza capirlo, il loro pensiero.
Loro, i dietrologi, cercavano di minimizzare in pubblico la propria “diversità”, ma, intanto, tramavano nell’ombra.
“Non capite quello che ci è stato tolto!” arringavano i nuovi adepti al loro movimento, “La scienza è morta, la ricerca si è fermata, la tecnologia si è piegata ai capricci e alle voglie più ingenue dell’uomo, l’umanità è ridotta ad una massa di pecore incapaci di esprimere la loro individualità, rassegnate ad una vita incolore. Altro che nuova vita, altro che futuro! Questo è un ritorno alla vita primitiva, ad una condizione animalesca, un imbarbarimento!”
Nella semiclandestinità il verbo dietrologo si diffuse e guadagnò sempre più consenso, ciecamente tollerato dalla massa che viveva spensieratamente nel futuro, acquistando discepoli soprattutto fra gli intellettuali, una minoranza pericolosamente sottovalutata, che veniva considerata come una specie di reliquia dei tempi che furono.
Il Partito del Tempo Presente, dunque, crebbe e divenne sempre più forte, nell’indifferenza generale, fino al punto di scendere per le strade a mostrare il proprio dissenso.
“Il futuro è un bluff”, “Fuori dal Limbo”, “Progresso e Libertà”, tuonavano minacciosi e destabilizzanti gli slogan dei dietrologi, che colsero impreparata la popolazione mondiale, costringendola a destarsi dal torpore futurista.
“Rivogliamo il passato, con i suoi dolori e le sue gioie, i suoi splendori e le sue miserie. Siamo stanchi di questo futuro asettico, torniamo ad una vita più vera, forse peggiore ma più intensa”, dicevano i manifestanti, e sembravano decisi a tutto.
La maggioranza si sentiva tradita da questa strana protesta: “Ma perché questa gente non si gode la vita come tutti, invece di perdersi nei sofismi e nelle elucubrazioni mentali?”, si chiedevano le persone di buon senso.
Si cercò di capire, di parlare con i dimostranti e spiegare loro l’assurdità delle loro proteste, ma il dissenso non accennava a placarsi e rischiava di compromettere l’equilibrio perfetto a cui nessuno voleva rinunciare.
Alla fine venne messo insieme un corpo di polizia, un’istituzione di cui si era quasi perso il ricordo, per riportare l’ordine e la calma nella società.
Non si sa con esattezza chi fu a cominciare, ma quel che è certo è che fu il primo omicidio a scatenare la catastrofe: le cronache del tempo raccontano che un anonimo poliziotto, forse provocato, forse accerchiato dai manifestanti e spaventato da una violenza alla quale non era abituato, perse la testa e si accanì contro un giovane dietrologo, picchiandolo selvaggiamente con il manganello, finché non lo vide morto, per terra.
Alla vista del sangue la folla si fermò per alcuni istanti, come sopraffatta dall’orrore e dallo stupore, poi la rabbia esplose incontrollabile e prese il sopravvento sulla ragione.
La rivolta si espanse a macchia d’olio e ne volgere di poche ore in ogni piazza, in ogni strada e quartiere, in ogni città della terra infuriava la guerra civile.
Fucili, pistole, coltelli ed ogni tipo di arma di cui si era dimenticato l’uso tornarono alla luce e furono usati in una lotta fratricida e barbarica, della quale ben presto non si conoscevano più le ragione che l’avevano scatenata.
Riemersero dall’oblio antichi odi e rancori ad alimentare un bagno di sangue che si protrasse per giorni e giorni, in ogni angolo del pianeta.
Gli uomini si macchiarono di ogni tipo di delitto e di efferatezza, finché, decimati dalla lotta, cominciarono a riunirsi in tribù e a negoziare una tregua.
Lentamente e faticosamente si arrivò ad una relativa stabilità, si contarono i morti e cominciò la ricostruzione di quanto travolto dalla furia devastante del conflitto.
Progressivamente la vita riacquistò una parvenza di normalità, anche se i focolai di guerra non erano del tutto spenti, si doveva combattere la piaga della criminalità, le malattie e le carestie mietevano vittime fra i sopravvissuti, la giustizia era amministrata in modo imperfetto e il lavoro era tornato ad essere una schiavitù per gli uomini.
La ricostruzione fu lunga e faticosa, ma non appena la scienza e la tecnica si poterono indirizzare verso altri scopi, si cominciò ad ipotizzare un futuro migliore nel quale si sarebbero corretti gli errori del passato.


Roberto Bonfanti - 1992                    



Tratto da: Come un granello di sabbia e altre storie

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