giovedì 1 novembre 2018

THE COVER EXPERIENCE Pt. 2 di Nathan K. Raven

Altro giro, altra corsa. Dopo The Cover Experience Pt. 1 (che trovate qui), ospito nuovamente sul mio blog Nathan K. Raven (per sapere chi è Nathan cliccate qui) che diquisisce sulla realizzazione della copertina del secondo volume dedicato alle avventure di Spazz-Never. Ecco le parole dell'autore, in tutto il loro splendore...

THE COVER EXPERIENCE, Take Two

L’inizio del 2014 è stato un tornado sulla quantità di lettori e di riflesso anche sulle vendite. Rob e io - e quando dico Rob e io intendo in questo caso più Rob che non io – insomma, Rob e io avevamo trovato il modo di scamparla grazie a una copertina quasi oltraggiosa, capace di invertire la rotazione di quel tornado e di mandarlo affa… Fa troppo caldo ultimamente, no? Il surriscaldamento globale è il colpevole. Dicevo, affanculo.

Eh? Ma come?! Chi mai oserebbe scrivere la parola “affanculo” in articoli dove non ci si aspetta la parola affanculo, rischiando di essere mandato affanculo da tutti quei benpensanti che odiano leggere affanculo? Chi?! Nathan K. Raven, ecco chi.

E così avevamo trasformato una sicura catastrofe in un caldo e bellissimo giugno. Tanto bello che ci avevamo preso gusto e ormai sulle copertine e altri aspetti non si faceva altro se non scherzarci. Un caso per tutti, la mitica copertina della Jappo Edition de Le mirabolanti avventure di Spazz-Never. A un tratto eravamo samurai occidentali alla conquista di un Giappone armato di missili intelligenti kamikaze senza famiglia e quindi senza niente da perdere. Andò benissimo. La prima copia la comprò l’imperatore, si fece un bel po’ di Jappo risate – così scrive il biografo imperiale – poi emanò un editto con il quale proibiva non solo la lettura, ma anche la semplice menzione del mio libro e del mio nome. La prima copia è stata anche l’unica. E andiamo!

Con un successo così strepitoso, c’era da aspettarsi il peggio. E si sa, al peggio non piace deludere la gente. Se lo aspetti, lui viene. Due volte, nel mio caso. E senza nemmeno un invito a cena, dei fiori, chessò, un cinemino. Niente.

     HERE COMES TROUBLE. DOUBLE TROUBLE.

A quel punto cercavo di sfuggire a tutti quei Ninja imperiali, che non avevano intenzione di insegnarmi ad amare o di svelarmi la ricetta segreta per un sushi da paura – eh, no! Visto? ‘sti Ninja di oggigiorno custodiscono segreti come pochi. E dire che quando li ho visti sguainare le spade e tirare fuori gli shuriken mi sono detto “Evvai! Sushi!” invece no, volevano discutere. A rasoiate e occhiatacce. Avrei detto imprecazioni, ma i Ninja sono silenziosissimi. Eppure riescono a essere così maleducati quando ci si mettono, fateci caso, sta diventando un problema sociale!

Io tentavo di evitare i loro strani e silenziosi inviti a cena, mentre dall’altra parte c’erano tutti quei lettori che mi chiedevano di scrivere un seguito. Anche in questo caso, e a meno che non si trattasse di minacce, non erano richieste verbali, utilizzavano piuttosto un linguaggio fisico ricco e variegato in fatto di lemmi, legnate e dolori. 

Cosa ho pensato? Qualcosa del genere:

«Ma che vogliono questi?! Sono passati SOLO quattro anni!»

Incredibile, ragazzi! Uno non può nemmeno più gigioneggiarsi in una vita fatta di cazzate, sesso, alcol e scelte sbagliatissime che all’improvviso, dopo pochissimo tempo e senza fare nemmeno ‘ciao’ con la manina ti chiedono pure di lavorare!

Poi mi sono ricordato che, in fondo, al secondo episodio ci stavo pensando da parecchio. Con il primo avevamo preso un bel martello da carpenteria, il classico “martellone da chilo” che di chili ne pesa di più. Lo avevamo sollevato e posato su quasi tutti gli aspetti del libro con la delicatezza di un fabbro ferraio che scopre di aver finito la birra. Avevamo creato un punto di rottura con la tradizione, un “guarda che cosa si può fare con la penna e un pizzico di faccia tosta”.

Era quella la direzione anche per il secondo? Quasi certamente sì. Ma scelsi di no. Conservai la faccia tosta, ma non il pratico tappino dosatore del vasetto. Quindi niente pizzichi, camionate. Valanghe. Io che sbatto il fondo del vasetto con veemenza, urlando maledizioni in giapponese antichissimo per atterrire i Ninja.

Il resto sarebbe stato pura innovazione e improvvisazione creativa, a cominciare dalla struttura con i suoi archi narrativi che riprendono e ampliano un certo capitolo mai narrato nel primo episodio. Un arco narrativo inverso uncinato, infilato in una percezione amplificata del nostro buon errore. Ok, eroe. Una cosa che guarda, nemmeno sto a spiegartela come ho potuto concepirla, a metà tra la folgorazione illuminante e la permanenza di necessità in bagno quando tolgono la corrente. Accade sempre più spesso, fateci caso, sta diventando un problema sociale!

E con ogni probabilità non è nemmeno l’elemento migliore del Double Trouble. Sì, era quello il titolo a cui ho pensato fin da subito. SPAZZ-NEVER: Double Trouble. Perché era il secondo episodio, perché adoro i film con Bud Spencer & Terence Hill, perché i nostri soggettoni avrebbero dovuto affrontare il doppio dei problemi cui erano abituati. Perché sì. 

Insomma, tutto bello, tutto molto interessante – se sei fatto di crack – tante belle idee, folgorazioni, permanenze all’oscuro, problemi sociali. Per fare un dispetto ai Ninja sono stati aggiunti perfino dei samurai. Ma come comunicare tutto questo al buon Roberto – che, lo ripeto, immagino cattivissimo – come arrivare a una copertina che esprimesse lo spirito del libro? 

L’idea per il titolo ce l’avevo, limpida e cristallina. Mi immaginavo già la scritta SPAZZ-NEVER, bella grande, a caratteri cubitali e su due livelli, per rompere anche a livello grafico con il primo episodio. In mezzo ai due livelli avrebbe dovuto trovarsi la scritta Double Trouble a caratteri molto meno cubitali. Più piccola, subdola, a spaccare in due il nome Spazz-Never proprio come la serie di indicibili eventi che gli capiteranno tra capo e collo. Boom! Funzionava.

Colore giallo quasi come il primo, ma più vivo con in più un bellissimo effetto realizzato da Rob su questa indicazione:

«Fammelo tipo a macchie di ruggine all’interno, ma con un colore che ricordi più il sangue.»

Nemmeno io so cosa mi passa per la testa. Onesto. Però il titolo c’era, e che stile! A metà tra la tamarrata di classe e il wtf studiato bene. Una specie di Tango&Cash ambientato a Twin Peaks, girato come Quei bravi ragazzi, però da un cineasta un po’ alle prime armi, seppure molto appassionato.
Ecco, la nostra era la scritta della locandina di quell’ipotetico film.     

Ma la copertina per intero? Cosa metterci come immagine? E qui ci siamo impelagati per mesi. Siamo partiti dall’idea iniziale di metterci su i vari personaggi combinati insieme in posa eroica, un po’ per richiamare il discorso meta- fumetto fatto in precedenza. Se da un lato dopo un po’ abbiamo capito che era un modo per conformarsi al primo episodio, dall’altro i personaggi sono troppi per chiunque. 

Si è passati a ragionare per preponderanza di elementi, a partire dal protagonista, realizzando un ventaglio di carte di copertine sulle quali di volta in volta uno dei due era poco o per niente convinto. Mi venne poi l’intuizione, una copertina fedele allo spirito più oscuro del libro. E dopo diversi tentativi nemmeno troppo convinti come le cataste di teschi che facevano troppo Terminator 2, ho deciso per il teschio tatuato, elemento caratteristico della storia. 

Dopo la consueta fase di ritocchi e aggiustamenti, in cui Roberto ha dimostrato una pazienza disumana, avevamo le modifiche perfette per la copertina ideale, quella che sono sicuro sarà l’icona del Double Trouble negli anni a venire.

Ma non finisce mica qui! Un certo alone di sfiga stava pervadendo i fogli di carta, la sua aura madida di terrore trasudava, aveva appena infettato la realtà. Che cosa si muoveva nell’ombra? Quale pericolo si può nascondere in una stamperia clandestina? E ancora non si era parlato di un terzo libro. 
(Continua... probabilmente)

martedì 30 ottobre 2018

Recensione: Fermo! Che la scimmia spara di David Cintolesi


Dieci racconti fra il pulp e il surreale, con schizzi di horror e di noir, venati da un umorismo nero shocking.
I personaggi di queste storie commettono e subiscono atti di ultra-violenza, sotto l’impulso della chimica o di un totale cedimento dei nervi, sono figure che hanno oltrepassato il punto di non ritorno. Spesso si presentano come uomini e donne perfettamente integrati, “normali”, ma quando scatta un fatale “click” nelle loro esistenze precipitano in inferni di sangue e brutale follia.
Lo sguardo del narratore quasi mai indugia in giudizi morali, racconta le vicende con ironico distacco, ce le mostra così come sono: una galleria di eccessi, parto della fantasia, ma non troppo lontani da certa cronaca nera.
Il ritmo narrativo è veloce, la scrittura asciutta e scandita da immagini e dialoghi immediati, sicuramente privilegia l’azione rispetto all’introspezione e qua e là affiora qualche cliché, peraltro perdonabile, visto il taglio dei racconti, ma non ci si annoia di certo nel leggere “Fermo! Che la scimmia spara”, si scorrono le pagine fino agli epiloghi quasi sempre spiazzanti, mai scontati.
Molto interessante l’ambientazione nostrana (la provincia toscana, nel dettaglio), più sincera delle solite e abusate location statunitensi, che accentua il contrasto fra quotidianità e grottesco. 
Credo di non sbagliare affermando che l’autore apprezzi la scrittura di Palahniuk, Ammaniti, Bukowki e compagnia bella, oltre, naturalmente, il cinema di Tarantino e Rodriguez; in certe passaggi l’omaggio ai maestri strizza l’occhio al lettore.
Un bell’esordio per David Cintolesi, aspettiamo conferme.

giovedì 25 ottobre 2018

THE COVER EXPERIENCE Pt. 1 di Nathan K. Raven

Ospito sul mio blog le considerazioni del buon Nathan K. Raven riguardo alla ri-creazione della copertina del primo episodio delle avventure di Spazz-Never, intitolato, con sommo sforzo di originalità dall'autore stesso: "Le mirabolanti avventure di Spazz-Never". Ma ora lascio la parola a Nathan...

THE COVER EXPERIENCE Pt. 1

Lo sai che esistono tante guide per realizzare una copertina? Spettacolare! Io me ne sono accorto solo dopo averne ideate ufficialmente tre-barra-quattro e solo perché me ne ha parlato Roberto Bonfanti, l’entità provvidenziale che ha curato la realizzazione grafica delle mie.

Non mi sento proprio nessuno per redigere una guida. Ho rispetto per chi lo fa e trovo che siano risorse utili, avendone usata una anch’io per formattare un testo. Però se mi mettessi a buttare giù due righe schematiche non dico che mi sentirei arrivato, quantomeno penserei di aver fatto il punto su un argomento e penso che questo potrebbe rovinarmi la digestione.

Perché tutta la mia espressività artistica è frutto del suo stesso divenire e si trova stretta nelle regole e negli schemi. Anche in quelli di una guida. Quindi eccomi qui a scrivere quello che una guida non è, piuttosto, mettiamola così, ti racconto un’esperienza. Ovvero quello che abbiamo passato Rob e io per le copertine della Saga di Spazz-Never, che al momento è costituita da tre libri e tantissime imprecazioni.    

Chi sono io? Nathan K. Raven.

P.S.: E chi razz’è, Nathan K. Raven? Leggi qui.

     L’ANTEFATTO

Ovvero “Vabbè, Rob, famme ‘sta copertina”. Parlo un romanaccio così stereotipato che dovrebbe essermi proibito per legge.


Eravamo quasi a metà dell’anno della disgrazia 2014 e da ormai più di due anni al grido di “BUY MY BOOK OR DIE” vendevo ‘Le mirabolanti avventure’ nella loro agghiacciante versione con copertina brutta – storia vera. Vera e triste. Perché raschiando il fondo dell’utenza di un sito di vendite online con sempre meno utenti, due soldi me li ero fatti pure, abbastanza da sentirmi tranquillo e non considerare alternative che al tempo nemmeno conoscevo. Tipo Amazon. 

Anno della disgrazia 2014 perché, considerando il numero di lettori come una parabola tristemente discendente, per la prima volta, a inizio 2014, si è sentita la differenza con il volume di lettori cui ero abituato nel 2012. Intendiamoci, rispetto alla situazione attuale era oro. La spietata tristezza delle parabole tristemente discendenti è che quando scendono chissà se poi risalgono. Se continua così, tempo sei mesi e a leggere saremo rimasti in quindici, contravvenendo in pieno alla risposta giusta per ogni domanda. 42. Sono già schiacciato dal peso dell’eventualità di un simile paradosso! 

Sarà la volta buona che dimagrisco. Bisogna sempre trovare il lato positivo, in particolar modo se sei un elettricista.

Ma di che stavo parlando? Ah, già. La guida. Che guida non è. 

Insomma, nel 2014 la nave non stava affondando. C’era solo una falla larga quanto un pianoforte obeso e qualcuno si era messo a fare esperimenti con accendini e lanciafiamme nella polveriera. 

Ora, io sono proprio l’ultimo a voler limitare la scienza, ma il pensiero delle mie tristi membra e delle mie stanche chiappe sparse a pezzettoni a dritta e pure a babordo non mi entusiasma ora come non mi solleticava allora.

Per questo quando il buon Rob mi ha suggerito di migrare su Amazon ho acconsentito subito. Dopo appena una settimana, giusto il tempo di vedere se c’era davvero un figlio dell’ignoranza a condurre esperimenti esplosivi in una polveriera. Beh, c’era. Non conosco il suo nome, ma in molti lo chiamano “il governo”. Va’ a sapere!

Allego estratto del dialogo con Roberto, a riprova della veridicità dei fatti:

«Vieni su Amazon.»
«Ok.»

Che non sarei andato da nessuna parte con quella copertina era chiaro pure a un mandrillo narcolettico e analfabeta funzionale. Quindi ci ho messo solo cinque giorni a capirlo.

Ed è in questo frangente che, dopo non so quanta pressione dal buon Rob – che io immagino cattivissimo – nasce la seconda stavolta bella copertina de ‘Le mirabolanti avventure di Spazz-Never’.

Non so se si è trattata di vera e propria concezione creativa da parte mia, ricordo solo il mio “Vabbè, Rob, famme ‘sta copertina” seguito dal suo “usa questa”.         

Ma cos’era successo in mezzo? Era passato così tanto tempo da farmi desistere dal bere? Nah.

     THE FIRST COVER IS THE NEETEST

Va bene anche Neatest. Vedi, a sapere l’inglese e le canzoni? Che poi io ne conosco solo due. Quella [The First Cut Is The Deepest] e Jingle Bells. Ma non tutta, solo il ritornello. E anche lì, non proprio tutto tutto. Solo quella parte che fa “Jingle Bells, Jingle Bells” poi improvviso. Anche se di solito mi sparano prima.

La vecchia copertina, quella brutta, quella che quando sarò famoso varrà più o meno ventordici strilliardi, vedeva John Spazz-Never davanti alla tv con in mano un telecomando che NON sembrava un telecomando e una bandierina triangolare dei Califoggia Schiappers, l’ormai celebre – ma chi te conosce – squadra di football brocca e sfigata.

Sì perché, come ogni eroe di questo mondo, Spazz-Never a un certo punto deve lottare contro le vere insidie. Tipo la troppa pubblicità durante i programmi e le partite di football. E quindi eccotelo ritratto in copertina con la strabordante ‘NO WAY!’ racchiusa in un balloon. Più meta-cinema e meta-fumetto di così non si può. 

E infatti non si poteva. Roberto prende il NO WAY e lo schiaffa sulla maglietta del nostro errore, pardon, “eroe”. Una maglietta rivelata dall’insolente spostamento di giacca e camicia, con quella faccia strafottente lì che ha solo Spazz, fedele alla tracotanza che regna indisturbata nello spirito del libro. È l’uomo in ribellione che si toglie il cappio del conformismo. È l’animo punk rock che viene fuori. È Spazz-Never, al grido di Chi se ne frega! 

Abbiamo ragionato sui font per creare un effetto distaccato, da locandina autoironica e caricaturale; ho detto a Rob di rimpicciolire il nome autore per metterlo in secondo piano rispetto al resto; e poi fondo nero. Perché real men wear black.   

Ed eccola lì. Ce l’avevamo. La cover perfetta. 

Un andare indietro spingendosi in avanti. Si respira l’aria del 1895 ai tempi di Yellow Kid e le sue maglie espressive, ma allo stesso tempo si fa un passo avanti rispetto alle ben note copertine dei libri. 

Questa è vettoriale ma non troppo, parla chiaro al lettore e non te le manda a dire. Ti fa capire cosa trovi nel libro, il registro, l’atteggiamento. Ti dice che se cerchi la solita lettura stucchevole ed emotiva è meglio se ti fai un giro. Possibilmente lontano.

Spazz-Never quando scala la montagna non perde il fiato per la sfacchinata perché ha un fisico irrisore delle difficoltà e non lo perde nemmeno per ammirare il panorama – incantevole, peraltro – perché troppo determinato e concentrato sull’obiettivo non aveva certo tempo per queste minchiate.

Avevamo per le mani una copertina onesta con il lettore e questo ha ripagato, facendo del primo episodio della Saga un libro che viene acquistato volentieri anche dopo oltre quattro anni dalla sua seconda edizione. 

(Continua... forse)

Intervista a Nathan K. Raven


Intervista originale fatta da Domenico Mortellaro nel 2016, in seguito ripresa dal Blog Giallo e Cucina.
Ripubblicata qui grazie a Nathan K. Raven.

Allora Nathan, se non hai niente in contrario, mettiamoci qui seduti e vediamo di venire a capo di quella che più che un’intervista sembrerà un mezzo delirio… speriamo che gli affezionati la prendano bene… sai, ho dovuto spiegare che scrivi humor e non paura, spade bastarde e raggi laser…

Ho capito il concetto: rendiamola un delirio completo! Che le cose fatte a metà non ci sono mai piaciute, giusto?
Gli affezionati possiamo sempre metterli davanti a un bivio interessante: prenderla bene o andare a prenderla nel CENSORED. No, aspè, prendere l’intervista per quello che è, nel blog. Che avete capito? Certo che chi legge è troppo malizioso!
 E comunque avanzo diritti d’opzione su “spade laser bastarde”: sembra il classico titolo con cui potrei uscirmene  tra qualche anno in un delirio d’onnipotenza annaffiato di Bourbon.

A proposito: da dove ti è venuta l’idea malsana di provare a scrivere (e vendere quindi…) humor in un paese dove non si leggono nemmeno i libri seri e se non fai frustare una lycan masochista da un vampiro etero e sadico non entri in top ten?

Visti certi titoli in top-qualcosa secondo me il problema di questo paese è che si fa troppo poco all’amore: prima che si rompesse per aver doppiato il fondo scala avevo un valido strumento per misurare la frustrazione, lo sfigosessometro. Poi la gente si lamenta perché nell’uovo di Pasqua che di solito si riceve a Natale non si trova mai niente di utile!
L’idea malsana sorge da una truffa: ai tempi fui infatti gabbato da un venditore porta a porta di consigli sui generi letterari da scrivere per avere successo. Mi vendette quest’idea dello humor per 3€ e, sai com’è, visto il considerevole investimento ho deciso di dedicarmici a vita.
Quanto al vampiro presunto etero è l’emblema assoluto dell’infimo sessuale: cioè, non ha il sangue, chettelodicoafare, citando Donnie Brasco. Alle ragazze dovrebbero insegnare a temere/desiderare il Rocco, essere di pura fantasia, intendiamoci, antitetico al vampiro per quanto riguarda sangue e funzionalità generale. Qualcosa mi dice che siamo troppo bigotti per giungere a questo livello di saggezza. 

Partiamo dal tuo pseudonimo e dal titolo: i soldi per pagarti gli avvocati quando la Bonelli ti farà causa li sei riusciti a raggranellare col libro?

Ma noi parliamo di lavorare come autore indipendente che, per chi ancora non lo avesse capito, è un mestiere che ti rende all’istante multi miliardario. E infatti proprio mentre sono in pausa dal contare i soldi – lavoro tosto, ci hai mai provato? - e ti benedico con la grande fortuna di potermi intervistare, voglio comunicarti ufficialmente che sono in trattativa per l’acquisto della Bonelli. Ma questo non vuol dire che non mi farò causa da solo, tutt’altro: sarà una cosa epica del tipo “Raven contro Raven”. La Paramount vuole già farci un film e io come atto magnanimo ho acconsentito con un’unica clausola vincolante, un’inezia. Ho chiesto cioè di essere interpretato da Fassbender, ma solo perché tra di noi c’è una sconvolgente somiglianza: abbiamo la stessa maglietta bianca!
Lo so, lo so, non si riesce a crederci… 

Io ho un problema: da quando ho comprato il libro a quando ho iniziato questa intervista ho dovuto verificare più di una volta se il nome del protagonista fosse Kazz o Spazz… è normale? Da dove l’hai tirato fuori?

Primo: tanta invidia per te che hai solo un problema. Di norma per glissare sui miei innumerevoli rispondo con un sorriso che ho un unico difetto: non ho pregi.
Secondo, ho un discreto attacco di coincidenza misto a paranoia. Kazz invece di Spazz è una battuta simpatica e potrei risponderti sciorinando un’improbabile versione hard con protagonista Kazz-Never. Potrei e quasi quasi lo faccio, ma in realtà Kazz è stato realmente uno dei miei personaggi: per esercitarmi a ridere stavo scrivendo una parodia di Matrix in cui Kazz era uno degli operatori.

Quanto a Spazz-Never il nome viene fuori dalla doppia storpiatura di spazzaneve e Schwarzenegger, esagerandone fisicità e vena comica in alcune delle sue terribili commedie.

Ovviamente in certi casi d’importanza nazionale esiste sempre una contro teoria. Uno dei miei lettori mi ha fatto notare che, siccome il nome completo del, ehm, “eroe” è John Spazz-Never, abbiamo quindi J. S. N. che, secondo qualche assurdo ragionamento perverso, potrebbe voler dire Join Social Network(s). Malefica ciliegina sulla torta di un libro (vabbè, passami il termine) che non fa altro che beffarsi dei social, principalmente promosso su Facebook. Dove principalmente vuol dire quando mi ricordo di farlo.
Siccome non ci facciamo mancare niente, esiste una seconda contro teoria: Spazz indica il mestiere, lo spazzaneve appunto, molto simile all’autore indipendente e Never che vuol dire mai. Quindi un tizio-coso che a conti fatti non lavora mai, e che io sia dannato se mai lavorerà!

Parliamo comunque di teorie assurde, concepite da persone che non sanno che farsene del troppo tempo a disposizione. 

Ci sono giornalisti, fotografi, avvocati di grido, ubriaconi, supereroi a tempo pieno, magnati della qualsiasi… uno spazzaneve non l’avevamo mai visto. Anche in questo caso… da dove ti è venuto?

Che ne so, dall’utero? O quello o da una riflessione a posteriori riguardo le similitudini tra la vita dell’autore indipendente e quella di uno spazzaneve. E dico a posteriori perché, anche se mi piacerebbe convincerti che mi siedo, rifletto, ragiono e pondero con quella che potrebbe essere una creatività controllata, non è così: quella è una risposta che mi riservo in caso di talk show, salotti letterari, incontri noiosi in cui sei costretto a dare risposte conformate.

La verità è che sono un figlio del delirio che crede nel potere della risata. Amo la mia fantasia e la sua capacità di generare universi con un big bang creativo immediato e dirompente. Tradotto invento a nastro una marea di cazzate molte delle quali restano confinate nella mia mente per il bene di chi mi legge; le poche che rispondono a un principio di plausibilità che la morale comune trova paradossale passano attraverso un processo di abbellimento il quale le rende più umane e alla fine te le ritrovi in un libro come “Le mirabolanti avventure di Spazz-Never”.
Che, per la carità, qualcosa di sensato la dice pure, ma è un caso, una coincidenza. Un ragionamento a posteriori. O peggio una giustificazione a posteriori.
Ad esempio la storia del motivo della scelta della professione di spazzaneve: sì, sì, per le similitudini con la vita dell’autore indipendente. Che altro? La verità è che proprio non lo so. Chiedete alla decina scarsa di lettori che mi seguono: sono molto più bravi di me a trovare i miei motivi! 

Che ne sai tu della Califoggia? E soprattutto: Spazz-Never di che provincia è?

So che è un posto in cui non vorrei mai vivere per davvero: è quel posto in cui si evidenziano in chiave ironica i tanti difetti e controsensi del vivere moderno in maniera così subdola che potrei morire d’ironia.
John Spazz-Never vive a San Bernardino in Califoggia e lavora come spazzaneve. Se consideri che quest’anno a Natale nella vera San Bernardo c’erano 30° all’ombra-non c’è ombra, capirai che qualche difficoltà la si incontra. Ma anche questo aspetto è stato pensato, ragionato e considerato a priori per evidenziare le problematiche del mondo del lavoro odierno. Per chi ci crede.

Superpoteri non ne ha, non si rigenera, non prevede il futuro, non sposta gli oggetti con le cose del pensiero: alla Marvel non devi, apparentemente, niente… nemmeno alla malinconia sognante di un uomo comunque d’azione come ogni eroe della Bonelli… Spazz-Never con chi è più in debito?

Spazz-Never è atteggiamento, è irriverenza. Lui è un Uomo. Per questo le briglie del vivere moderno gli andranno sempre strette e per lui sono solo catene: Spazz-Never simboleggia lo spirito dell’Uomo che non è ancora morto e urla al mondo a pieni polmoni «Ehi, io ci sono e devi fare i conti con me!»

Vero, non ha alcun super potere inteso in senso classico, ma ha un atteggiamento strafottente e risolutivo con un’energia vitale che gli permette di raggiungere i picchi più elevati anche in termini di determinazione e sfacciataggine. Non c’è spazio né per la malinconia né per sognare: e non perché pecchi di emotività, parliamo di emotività attiva, d’azione. Semplicemente Spazz, invece di deprimersi per un mondo che non gli piace, si alza di buon mattino e comincia a prenderlo a pugni in faccia, che poi è l’unico modo per regalarsi dei sogni con una dimensione reale.
Spazz-Never è e sarà in debito perenne con le molte persone che ho incontrato nella mia vita che ne hanno ispirato caratteristiche e avventure. A tutte loro, ovunque esse siano, va la mia immortale gratitudine.  

Quante volte ti hanno cacciato da Zelig o Colorado Cafè tirandoti dietro con la pala di Spazz-Never il tuo manoscritto prima che cominciassi a prendere in considerazione l’idea di diventare “autore artigiano”? Soprattutto l’idea di editare e far girare il libro quando e come nasce?

Editare è una parola molto grossa. Spazz-Never resta una storia su più livelli, uno dei quali è l’ironia che si espande anche al di fuori della vicenda senza risparmiare niente, nemmeno le caratteristiche costitutive del libro stesso: gergo, registro, copertina, editing, tempi verbali. A un certo punto mi prendo in giro da solo, ma se ho risparmiato qualcosa fatemelo sapere.

Questa cosa dello scrivere non sembra, ma a me ha salvato la vita, le ha dato una direzione. Non potevo certo fare sesso tutti i giorni, tutte le ore del giorno: a un certo punto dovevo darmi una regolata e così, mentre ero nudo come una lumaca e meditavo sulla questione, sono inciampato in una penna, ho preso un quaderno e ho cominciato a usarlo. Il quaderno, dico. 

Spazz-Never è un uomo d’altri tempi ma… come se la cava con FB? Ha un account per contattarlo?

Beh, parliamone. Nella mia visione del mondo esiste Facciachiappe, qualcosa di simile ma allo stesso tempo più deleterio di FB.
Nonostante questo, è proprio su FB che Spazz-Never muove i primi passi verso una notorietà che possa portarlo fuori dal mio quartiere, dove resto orgogliosamente lo scrittore più famoso.
Ecco i contatti per i pigri che ignorano il funzionamento delle barre di ricerca:

Questo è il mio profilo, per avere qualcuno di sconosciuto tra le amicizie che fa sempre figo;

Questa è la pagina fan del libro, per restare aggiornati su quella volta ogni 10 mesi in cui si pubblica qualcosa di serio;

Questo è il gruppo a tema dove di solito si parla di quanto sono fico e di come sarei potuto essere se avessi avuto un cervello normale.

Il super-cattivo senza una serie di cose adesso dov’è? Che fa? E più che Babbo Natale, le sue renne?

Forse intendi il Dottor Maleficus, l’unico dottore senza una faccia i cui neuroni sono andati a farsi friggere in una notte di mezz’inverno in stile suicidio di massa religioso estremista.  Il buon vecchio dottore al momento sta tramando una malefatta così epica da far sembrare quanto hai letto una passeggiata nel parco nudisti con la dea Venere in persona.
In effetti, chi se ne frega di Babbo Natale! Le sue renne hanno ancora quella particolare indisposizione, ah, diciamo anti fiabesca. Certo, potrebbero curarsi, ma è una cosa che non succederà.

Quanto hai incassato dagli innesti pubblicitari? E in generale, dopo un anno e mezzo di catalogo amazon… bilanci dell’edizione?

Spero di potermi arrogare il primato per aver inserito alcune pubblicità all’interno di un libro, seppur funzionali alla storia. A dirla proprio tutta Spazz vede la luce della pubblicazione per la prima volta nel 2012 con una copertina orribile, quindi questo la dice molto lunga circa il motivo per cui ho cominciato a scrivere in termini di convinzione. Diciamolo, è una battaglia dura, ma qualcuno… Vabbè, si è capito.

Per risponderti non lo so e poco m’importa: l’account Amazon non è nemmeno intestato a me e alla persona in questione chiedo molto raramente. Com’è facile immaginare non parliamo di cifre esorbitanti, quanto piuttosto di soddisfazioni molto intense: in generale piace a chi lo legge e non ha qualche motivo per asserire il contrario. 

Autori a cui ti ispiri diciamo senza far vedere che rubi… oppure rubando molto bene con ottimi nascondigli per la refurtiva?  Gli Squallor dove li metti?

Ci credi che ho appena cercato ‘Squallor’ su Google? Ma non è la prima volta che ricevo un complimento del genere. Mi è stato detto di Benni, Pratchett, Futurama, i Simpson, South Park e tanti altri. Penso che sia uno degli effetti più belli che abbia Spazz-Never sui suoi lettori: non solo fa ridere, ma rievoca nella mente situazioni divertenti. Vorrei poter dire anche qui che è stato un effetto desiderato, ma è successo per caso.

Per quanto sia improbabile e paradossale le ispirazioni che hanno contribuito alla realizzazione di Spazz-Never derivano da cose mie, niente di mainstream. Le mie tasche si augurano che però lo diventi un giorno. Tipo domani, possibilmente entro le 18, che poi ho allenamento e non mi va di perdere tempo. 
Se poi il senso della domanda è volto a stabilire quali letture mi abbiano portato a scrivere qualcosa del genere proprio non lo so: come lettore sono onnivoro ed è chiaro che, per poter scrivere un libro, di letture ne servono molte. Ma non sottovaluterei le esperienze di vita, le persone, soprattutto quelle non convenzionali, quelle uniche, quelle che non si incontrano mai. O quasi.
   
Domande comuni a tutti qui a Karashò – Autori Artigiani:

Il mercato dell’ebook sta cambiando, la gente vuol leggere roba serializzata, saghe composte da raccontini di al massimo 100 pagine quindi… io scriverò saghe da 100 pagine a raccontino. Quanto è vera questa affermazione e quanto credi possa funzionare?
Se accetti un “Mah!” come risposta possiamo anche chiudere qui: immagino che quei pochi che sono arrivati fin qui abbiano già resistito abbastanza alla voglia di farla finita.

Però - e mia zia Betsy dice che tutto quello che viene prima di un però è aria fritta – devo risponderti “prova e fammi sapere”. Stai chiedendo alla persona più sbagliata possibile: diciamo che delle tendenze di mercato me ne sbatto e che di quello che vuole la gente mi interesso il meno possibile. In questo momento sono allo zero cosmico assoluto e sto cercando un modo per sbattermene ancora di meno. Difficile, certo, ma in ottica della recente scoperta delle onde gravitazionali mi sento ottimista.
C’è da dire che, caso anche questo o premeditazione, visione del futuro, lungimiranza, il mio parto mentale è lungo 116 pagine. Che io abbia anticipato una tendenza tipo 4 anni prima? Mah!

Progetti per il futuro? Vuoi salutare qualcuno a casa?

Non sarebbe male un film d’animazione su Spazz-Never: ci sono andato vicino nel 2013, chissà che prima o poi non ci riesca sul serio. Quanto al resto credo che martedì mangerò fagioli con le cipolle e uno di questi giorni cambierò bagnoschiuma.
No, non saluto nessuno così imparano a darmi fastidio mentre cerco di essere serio e rispondere alla tua intervista. Beccatevi questo!

Grazie del tempo che ci hai concesso! Se è qualcosa, chiamiamo te per intercedere con Kazz/Spazz-Never.

Prego e grazie a te per aver letto il mio libro. In cuor mio spero ti sia pentito profondamente di avermi costretto a questa intervista!

domenica 21 ottobre 2018

Recensione: Prigionieri di Claudia Calisti


Cinque racconti di stampo giallo che hanno in comune i due protagonisti: Edward Robinson, detto Bobby, e Dottie Wehr, due giornalisti investigativi. Nelle varie storie si trovano alle prese con delitti e misteri che, il più delle volte, come succede purtroppo nella realtà, si svolgono nell’ambito famigliare: mariti, mogli, genitori, capaci di tradimenti e violenze, sia fisiche che psicologiche. I casi affrontati dai due giornalisti sono ben pensati e narrati in maniera coinvolgente, se non si tratta di storie vere sono comunque verosimili, sembrano prese dalla cronaca nera e romanzate nello stile chiaro e sottilmente ironico che già avevo apprezzato in altri libri di Claudia Calisti. Ed è proprio questo il bello di “Prigionieri”: la qualità delle storie e dei meccanismi narrativi che animano questi racconti.
L’idea dei capitoli autoconclusivi che, però, hanno una sottotrama che mostra l’evoluzione dei personaggi (per esempio la storia d’amore fra Edward e Dottie, accennata senza bisogno di renderla troppo esplicita) mi è piaciuta molto. Si arriva di corsa alla fine del libro con la voglia di leggere altre vicende della coppia e del loro amico Paulo, figure che spero di ritrovare in futuri racconti di questa autrice. Consigliato.



mercoledì 10 ottobre 2018

Novità in libreria: Fermo! Che la scimmia spara di David Cintolesi

Prossima l'uscita per la raccolta di racconti di David Cintolesi, fra pochi giorni negli store online.

TITOLO: Fermo! Che la scimmia spara
GENERE: Antologia di racconti
AUTORE: David Cintolesi
EDITORE: Porto Seguro Editore

SINOSSI
Cosa succederebbe se la notte di due ragazze sotto allucinogeni si trasformasse improvvisamente in un set di un film horror, con zombi assassini e cantanti che si tramutano in bestie cannibali? Se un ragazzo, senza arte né parte, fosse tormentato dalla sua pornostar preferita? E se tua moglie ti stesse osservando di nascosto da delle telecamere, e la tua sorte dipendesse da un dipinto di Banksy? E se la notte di due ladri strampalati, durante l’ultimo colpo prima di cambiare vita, fosse minacciata da un serial killer che taglia i piedi alle sue vittime?
Dieci racconti che mescolano tutti i generi: grottesco, commedia, pulp, horror, thriller, noir ma che trovano in una vena ironica il loro punto in comune.



domenica 30 settembre 2018

Novità in ebook: Prigionieri di Claudia Calisti

Uscito da pochi giorni un nuovo ebook di Claudia Calisti.

TITOLO: Prigionieri
GENERE: Racconti gialli, thriller
AUTORE: Claudia Calisti

Link per l'acquisto su amazon

SINOSSI
Sempre non è per sempre e anche dall'inferno, talvolta si può uscire, smettendo di subire i sogni degli altri.

PREFAZIONE
La lettura di questo libro mi ha portato per un istante a pensare che forse il titolo SCELTE sarebbe stato più adatto. Le decisioni comportamentali adottate dai personaggi,infatti, fanno la trama di ogni storia. Tuttavia, andando ad approfondire l’analisi dell’agire di ogni protagonista e le conseguenze delle loro azioni, spesso portate avanti con coerenza feroce, si tratti di un marito o di un padre, ho avuto l’impressione che le vittime siano tali,talvolta, per una debolezza che le ha portate a scelte contro se stesse.
Rassegnarsi o soccombere ad una volontà altrui, spesso perversa, realizzare il sogno altrui invece che vivere il proprio, appare la sola”colpa” di quei personaggi, non sempre perdenti per sempre ma intenzionati al proprio riscatto, che popolano questo libro.  L’autrice sembrerebbe condensare intenzionalmente vite di prigionieri della volontà altrui: in realtà non ne fa che una lucida cronaca attraverso l’energica  attività giornalistico investigativa  dei due protagonisti: Edward Robinson e Dottie Wehr, che arrivati all’ultima pagina ci spiace lasciare, non per senso di incompiutezza ma per desiderio di prolungare l’avventura di queste storie.
Il libro conclude suggerendo che sempre non è per sempre e dall’inferno, con enormi difficoltà, qualche volta se ne può uscire, ma bisogna provarci. Una favola pietosa? Una filosofia pragmatica? Una fede fanatica? Una psicologia spicciola? Una strategia della limitazione dei danni? Lo scoprirete solo leggendo.
(Delora Silkwood)



martedì 25 settembre 2018

Novità in ebook: Aikawa High School - volume 1 di Inagheshi

Appena uscito sulla piattaforma amazon il manga di Inagheshi, autore qui sotto pseudonimo ma ben conosciuto ai lettori del blog.

TITOLO: Aikawa High School - volume 1
GENERE: Manga, fumetti
AUTORE: Inagheshi

Link per l'acquisto su amazon

SINOSSI
La scuola superiore triennale Aikawa è frequentata da centinaia di studenti, ognuno con una storia da raccontare. Ma noi ascolteremo solo quelle più interessanti. Per esempio quella di Murase Takeshi, che ebbe in dono l'onnipotenza...
(Questo fumetto - realizzato con un programma di grafica tridimensionale - è il primo numero di una serie, ma la storia raccontata è autoconclusiva).

Presentazione sul blog dell'autore

mercoledì 1 agosto 2018

Recensione: Ritrovarsi di Loriana Lucciarini


Coleen è una giovane donna di Dublino, con una professione che le piace, un’amica esuberante e sincera, una figlia adolescente che adora, in definitiva una vira soddisfacente che la ripaga delle amarezze del passato, un rapporto difficile con il padre, un matrimonio fallito e tante altre difficoltà che ne avevano segnato la prima giovinezza. Le manca solo l’amore e forse si è rassegnata a mettere da parte le emozioni in cambio della tranquillità, ma il destino le riserva una seconda chance che sconvolge la sua quotidiana routine: ritrovare Connor, il bell’australiano che le aveva rapito il cuore una notte di tanti anni prima, una notte di stelle cadenti che sembrava il preludio alla felicità e che invece si era rivelata l’inizio di tutte le sue tribolazioni. Fra fraintendimenti, sogni e ricordi chissà se questa nuova occasione le regalerà il tanto atteso lieto fine?
Avevo già letto altri romanzi di Loriana Lucciarini e anche in questo “Ritrovarsi” ne ho apprezzato la scrittura fluida e leggera, più da commedia rosa che da classico romance, la capacità di creare dei personaggi realistici e “vivi” e un intreccio semplice ma efficace. Se vi piacciono le storie piene di dolcezza e buoni sentimenti questo libro, per tema e lunghezza, è una lettura perfetta per un pomeriggio sotto l’ombrellone.


sabato 21 luglio 2018

Recensione: I Beatles e la malinconia di Stefano Vestrini


Questo non è un libro sui Beatles, piuttosto è il racconto di una riconciliazione con il mito.
Tutti quelli della nostra generazione (io e Stefano siamo praticamente coetanei) sono beatlesiani, anche chi, come l’autore, per sua stessa ammissione, non lo è mai stato consapevolmente. Lo siamo di riflesso, nostro malgrado, per osmosi, perché la cultura, la società, anche nei sui aspetti più quotidiani e comuni, è stata influenzata e segnata per sempre da una stagione della quale i Fab Four sono il simbolo.
In un viaggio a Liverpool l’autore ripercorre le tappe fondamentali della genesi del quartetto: Strawberry Fields, Penny Lane, le loro case natali, l’ospedale dove nacque Lennon; una sorta di passeggiata della memoria in una periferia grigia e piovigginosa che odora di rispettosa leggenda.
Ogni libro non appartiene solo a chi l’ha scritto, diventa anche un po’ del lettore e io mi sono ritrovato nello stato d’animo di Stefano, in quello che racconta e in quello che evoca.
È una malinconia/nostalgia da personale album dei ricordi, cristallizzata in certe fotografie in bianco e nero con l’albero di natale e la scatola dei mattoncini Lego o delle gite domenicali dove tutto, dai vestiti al taglio dei capelli, riecheggia la beatlemania, nella psichedelia lisergica di Yellow Submarine, visto a sei-sette anni, come se fosse un qualsiasi altro cartone animato e invece era qualcosa di completamente diverso, nell’ascolto di melodie e parole, allora più incomprensibili e misteriose di oggi, che si sono sedimentate nel mio vissuto.
La forza dei Fab Four risiede in una trasversalità, nell’essere di culto e popolari, trasgressivi e rassicuranti, esoterici e di massa almeno quanto la loro musica, fuori dal tempo, moderna oggi come cinquant’anni fa; se c’è un classicismo nella musica pop è indubbiamente da ricercare nelle loro canzoni.
Un passo del libro è cruciale: i Beatles sono per sempre quei quattro ragazzi, la giovinezza, la loro e quella di un intero mondo, un’epoca in cui il futuro era intatto e carico di promesse, non importa tutto quello che è successo dopo, le incomprensioni e lo scioglimento, la delusione dei fans, la morte di Lennon e di Harrison, il tempo che passa, la vita vera fuori dai riflettori: rimane la loro immagine con le giacche e i cravattini neri, i capelli a caschetto, un’istantanea indelebile.
La narrazione spesso si concentra su Paul, forse perché della premiata ditta Lennon/McCartney è il solo ancora qui con noi, forse per affinità elettive, le quattro corde, intendo, forse per le ultime righe del libro: il Paul McCartney di oggi, in concerto che, per un momento, abbassa la guardia e ci rivela uno sguardo smarrito, quello di un ragazzo di periferia pieno di sogni, come se il successo, i soldi, la fama fossero ancora soltanto delle ipotesi di un futuro tutto da scrivere. C’è un cortocircuito con l’inizio del libro, la citazione di Yesterday, scritta da Paul a ventitré (ventitré!) anni. Yesterday, la più famosa e allo stesso tempo la più atipica canzone dei Beatles, parole e musica di pura nostalgia, rimpianto per un passato che non è solo quello del ragazzo di allora ma che appartiene a tutti noi, adulti di oggi.
A completare il racconto ci sono le belle fotografie di Enrica Lanzillotta, immagini di una Liverpool che sembra un museo della memoria.

Yesterday, all my troubles seemed so far away
Now it looks as though they're here to stay
Oh, I believe in yesterday


mercoledì 18 luglio 2018

Recensione: Spazz-Never: Double Trouble (SN Vol. 2) di Nathan K. Raven


Non è facile parlare di Spazz-Never: Double Trouble, non lo è per niente cercare di spiegare cos’è questo romanzo a chi non l’ha letto, forse neanche a chi ha letto il precedente capitolo dedicato all’eroe della Calìfoggia (qui la mia recensione). Non è semplice perché descrivendone trama e stile come se fosse un qualsiasi altro libro c’è il rischio di sminuirlo, di farne risaltare la componente ludica superficiale a scapito di una più profonda, un sottotesto che emerge piano piano, pagina dopo pagina, quasi come se l’autore avesse voluto abilmente celarlo sotto un cumulo di cazz… divertissement, sempre in bilico fra la grezza battutaccia e la raffinata facezia lessicale. 
Sarebbe sbagliato relegare questo libro nella categoria umorismo, in realtà è un romanzo d’avventura, poco importa se i protagonisti sono gli scarti dell’universo supereroistico, i corrispettivi sfigati dei cinecomic del terzo millennio, la trama è densa di azione, di pathos, con un occhio di riguardo all’elegia dei buoni sentimenti, dell’amicizia, del gioco di squadra, dell’accettazione del diverso. Sicuramente la narrazione di Nathan K. Raven vive di contrasti, certo si sorride, talvolta a denti stretti, scoprendo i rimandi alla nostra schizofrenica contemporaneità, si ride per i nonsense buttati a palate come se non ci fosse un domani, si riflette per una considerazione esistenziale messa lì, quasi a casaccio (e non per caso) fra uno sberleffo e l’altro.
In Double Troble tutto è metafora, simbolo, dalle arti marziali al football, dalla lavatrice all’apecar, dagli alieni alla maschera di Driven Girl, specchi deformati di una società bizzarra e caotica, la nostra, quella di tutti i giorni.
Nonostante queste premesse un breve accenno alla trama è comunque doveroso.
La prima parte del libro è un percorso di formazione del nostro improbabile eroe, una crescita che ne rivela sfaccettature sconosciute al “vecchio” spalatore di neve, lo rende un personaggio più completo, più maturo, pur lasciandone inalterato lo stile di vita basato sull’improvvisazione, l’arroganza e il tifo per gli Schiappers. Proprio il risultato di una partita di football che va contro ogni pronostico scatena conseguenze catastrofiche per tutta l’umanità che trovano sviluppo nella seconda parte, dove  Spazz-Never concede gran parte della scena ai comprimari, personaggi improbabili, assurdi, demenziali ma più umani di molta gente che si incontra quotidianamente su facciachiapp… ehm, facebook.
Il finale conclude questa storia ma, probabilmente, non le avventure del califoggiano più temuto dalle stalattiti.
Molti ameranno questo romanzo, alcuni lo odieranno, ma nessuno lo userà come zeppa per un tavolo traballante (anche perché è un ebook…), io consiglio di leggerlo e di entrare nel mondo geniale e un po’ folle (perché no?) di Nathan K. Raven.


giovedì 12 luglio 2018

Consigli di lettura per chi ha Amazon Prime

Da pochi mesi è disponibile anche in Italia il servizio Prime Reading, una selezione di ebook gratuiti per chi ha l'abbonamento a Amazon Prime. Olte a libri famosi ci sono parecchi volumi di scrittori self-publishing o editi da CE poco conosciute, ve ne propongo alcuni che ho letto o dei quali conosco l'autore tramite altre opere, oppure che mi sono sembrati interessanti per argomento e recensioni. Cliccando sul titolo o sulla copertina andrete direttamente allo store online.

La notte delle falene di Riccardo Bruni
Genere: thiller



Il vampiro di Venezia di Giada Trebeschi
Genere: Giallo storico



Sigmund Freud si Marco Bonfade
Genere: Fumetti



Genere: manuali



Cinque anni in Iraq di Wally G. Fin
Genere: Biagrafie, viaggi



Credici (#Creed1) di Keihra Palevi
Genere: romance, avventura



Genere: dark fantasy



Genere: Thriller, romance



Venerdì 17 di Dominique Valton
Genere: thriller



L' Intruso: E altri racconti di Sergio Bertoni
Genere: racconti



Racconti sensazionali di Hiroshi Miura e Ariano Geta
Genere: racconti



Per finire (piccolo spazio pubblicità) consiglio anche il mio.
Il primo a tornare fu il cane di Roberto Bonfanti
Genere: racconti


Naturalmente ce ne sono molti altri, se qualcuno vuol dare dei consigli può postarli nei commenti.
Buona estate e buone letture.




venerdì 6 luglio 2018

Intervista a Armando Marchetti

Per lo spazio interviste incontriamo Armando Marchetti, autore del romanzo “Come Formiche in Fila”. Qui la mia recensione.


1. Ciao Armando, benvenuto sul mio blog. Vuoi dire qualcosa di te ai miei lettori?
Ciao, Roberto, grazie a te per avermi invitato! Sono sempre un po’ in difficoltà a descrivermi così su due piedi, ma proverò comunque, a rischio di sembrare didascalico o, peggio ancora, uno di quei tizi usciti da The Club: sono un ragazzo di 32 anni — devo ancora compierli, ma lo dico già almeno mi abituo — e sono cresciuto in Toscana (dove vivo tuttora) alimentato dalla passione per le storie e tutto ciò che permette di raccontarle: quindi il cinema, la musica, la scrittura.

2. Come ti sei avvicinato alla scrittura? Ci sono degli autori che ti hanno influenzato, o che semplicemente ti piace citare come i tuoi preferiti?
Non saprei dirlo con esattezza. Mia madre mi ha sempre regalato molti libri perché ero un lettore scatenato da piccolo (ora sono assai più pigro, purtroppo): amavo leggere per conto mio, in qualsiasi momento, anche a tavola (cosa per cui venivo spesso sgridato), ma mi piaceva tantissimo anche farmi leggere i libri da mio padre, che usava voci diverse per ogni personaggio e mi faceva immergere nelle storie in modo unico. Normalmente divoravo roba tipo Roald Dahl o Domenica Luciani, ma grazie a mio padre conobbi Stephen King, Michael Crichton, Mark Twain, Robert Louis Stevenson e Harper Lee. Non solo mi piaceva leggere, ma anche scrivere: i temi di italiano erano i miei preferiti, a scuola. Coglievo sempre l’occasione per narrare storie, e fu un trauma al liceo, quando la professoressa mi fece gentilmente capire che dovevo iniziare ad abituarmi a fare saggi brevi e roba del genere (la cui utilità mi risulta tuttora pressoché incomprensibile – trovo molto più utile la scrittura creativa). Insomma, le avventure, le storie di ragazzi, la paura, i misteri, la fantasia radicata nella realtà sono qualcosa che mi ha da sempre affascinato (non c’è da meravigliarsi che poi mi sia tuffato a candela nella saga di Harry Potter), e questo bagaglio costruitomi sin dall’infanzia mi è servito per iniziare a scrivere, scimmiottando (spero) sempre meno ciò che leggevo e imparando (credo) sempre di più. Per la mia pigrizia da lettore fatico quindi a nominare autori preferiti, ma decisamente mi hanno influenzato Stephen King, Harper Lee, Ian McEwan, Niccolò Ammaniti, persino Daniele Luttazzi per il lato comico/grottesco e, perché no, anche Paolo Sorrentino per le pontificazioni sul nulla. Ultimamente, poi, mi sono innamorato di Gillian Flynn. È una scrittrice lucida, dalla penna veloce, spietata. Davvero una bella sorpresa. Sento di poter imparare molto da lei; in più, trovo stimolante il punto di vista femminile, mi piace avventurarmi in un’ottica lontana da me. Ne farò tesoro.

3. Parliamo del tuo romanzo, “Come Formiche in Fila”.  Nella mia recensione ho scritto che è difficile inquadrarlo in un filone preciso, al di là del generico “letteratura contemporanea”, tu che ne pensi?
Sono d’accordo, e non lo dico per tirarmela, della serie "cioè, il mio libro è unico, non si può classificare" (da leggere con l’intonazione di Verdone quando fa l’hippy). Ci sono tantissimi elementi che ho voluto portare avanti in questa storia: la componente nostalgica è dovuta al mio attaccamento all’infanzia e ai suoi luoghi, ma non potevo certo trascurare il lato thriller/horror (è King che si fa sentire), né quello drammatico (dopotutto si parla anche di lutto e perdita) o quello comico (per mia natura, sono da sempre abituato a stemperare la tristezza con l’umorismo). Per questo quando mi si chiede "ma di che genere è il tuo libro?" esito sempre, perché se lo definissi solo una commedia, o solo un dramma, credo che gli farei un torto. E ripeto, non lo dico perché penso di essere un ganzo, ma perché ci sono effettivamente più ingredienti, più “strati”. Potrei anche definirlo un romanzo di formazione a tinte drammatiche mascherato da horror, ma allora sì che sembrerei uno che se la tira.

4. Dalle note e dalle pagine del tuo libro viene fuori una forte componente autobiografica. Le persone che hanno ispirato i personaggi e le vicende narrate lo hanno letto? Che reazione hanno avuto?
La componente autobiografica è innegabile ma non si tratta di un’autobiografia vera e propria. È come se avessi ingaggiato come “attori” dei miei amici. Quindi le facce sono le loro, ma gli eventi sono in gran parte romanzati. Coloro che hanno ispirato i personaggi (eccetto mio cugino che lo ha letto in corso d’opera) ancora non hanno finito di leggere il libro; ovviamente conoscendo i protagonisti, i luoghi e certe vicende, l’impatto della lettura è singolare. I protagonisti hanno partecipato alla prima presentazione del libro, e si sono divertiti un mondo ad ascoltare certi estratti (soprattutto quello delle costruzioni nel bosco, accaduto veramente). L’unico tra i personaggi principali che ancora non ha letto il romanzo è quello femminile, ma è sotto tesi, la perdono. Ad ogni modo sa di cosa parla e sa di essere tra i personaggi, e mi ha dato il suo benestare per pubblicarlo (prendendomi in giro per le mie paranoie al riguardo).

5. Hai pubblicato con una piattaforma di self-publishing, scelta consapevole o ripiego?
Un po’ tutt’e due forse, ma sarebbe brutto definirla un ripiego. Il libro è stato scritto in modo non continuativo: il periodo più costante di scrittura è stato dal 2012 al 2015, ma non scrivevo tutti i giorni. Sono partito senza sapere bene dove sarei andato a finire, ma a un certo punto sapevo esattamente quale sarebbe stata la struttura del romanzo, semplicemente non avevo voglia di scriverla. Ho dovuto convogliare e incanalare la scrittura nei momenti di ispirazione massima. Dal 2015 ho passato quasi un anno a correggere e rivedere il tutto, e poi lo ho mandato a moltissime case editrici: ho atteso risposte invano, e mano a mano che il tempo passava mi sembrava di lasciar “marcire” una storia che aveva bisogno di essere lasciata libera di camminare con le proprie gambe. Allora mi sono buttato nel self-publishing, approcciandomici con lo stesso spirito con cui faccio musica con la mia band indipendente, promuovendomi da solo, con le mie forze.

6. Quali sono, secondo te, i pro e contro dell’essere un autore indipendente?
C’è molta insofferenza per gli scrittori self-published, cosa che non esiste in musica, e capisco per certi versi il perché: purtroppo fare musica richiede un po’ più di competenze, mentre chiunque può aprire Word e scrivere un “romanzo”. Questa cosa ovviamente dà modo di pubblicare opere discutibili a scrittori incapaci, che scrivono in caps lock, senza punteggiatura e senza cognizione di causa. È come se i peggiori siti di fanfiction avessero accesso ai digital store. Terrificante, se ci si pensa, però non comprendo l’odio a prescindere. Il dire «se hai pubblicato indipendentemente non sei uno scrittore» per me è assurdo. Con la mia band ho fatto due dischi ed è vero, non abbiamo un’etichetta: però non capisco perché questo non faccia di me un vero musicista o un cantante. Anche in musica ci sono gli incapaci, ma non vedo il problema: se fanno pena, li ascolteranno giusto quelle tre persone che non hanno il cuore di dir loro di ripartire da capo. Autopubblicarsi per i giovani musicisti è la prassi: voglio dire, è il 2018, abbiamo a portata di mano in tempo reale qualsiasi nuova uscita su Spotify. Non so dire se sia positivo o meno, ma è innegabile il fatto che non si possa affrontare la diffusione dell’arte come trent’anni fa. Il self-publishing ha come vantaggio una maggiore gestione e controllo del prodotto, e percentuali maggiori di guadagno, però ovviamente ci sarà assai poca diffusione e pubblicizzazione: è lì che uno si deve fare la gavetta, promuovendosi e facendosi conoscere. È come buttarsi e andare a far concerti mettendo il naso fuori dal garage di casa. Per ora ho fatto solo una presentazione ed è andata meglio di quanto pensassi: sto programmando di farne altre, muovendomi con cautela per evitare invenduti e mosse azzardate. Per quanto riguarda il mio gruppo, qualcosa col self-publish è accaduto: non avrei suonato in giro per l’Italia e non avrei venduto dischi in Europa, Canada e Stati Uniti se fossi stato fermo ad aspettare per decenni che mi rispondesse la Warner, o magari qualche etichetta da quattro soldi che vuole solo lucrare. Ecco, se c’è un grosso problema di cui parlare, non è chi scrive e si pubblica da solo, ma chi si affida agli editori a pagamento. Quelli sono una vera piaga. In quel caso faticherei a definirmi scrittore, perché avrei pagato qualcuno per pubblicarmi. Ho ricevuto un bel po’ di lettere copiaincolla da “editori” simili. Piuttosto vado alla copisteria che mi ha stampato la tesi di laurea, e pago loro (anche se mi hanno già preso troppi soldi). 

7. Oltre che scrittore sei un musicista e un filmmaker. C’è un travaso di queste esperienze artistiche nella tua scrittura? Secondo me sì, leggendo il tuo romanzo, ma vorrei sentire la tua opinione.
Decisamente sì. Molti mi hanno detto che leggermi è come vedere un film, e sono conscio di scrivere in modo cinematografico, come se stessi girando uno dei miei cortometraggi che ero solito fare con gli amici. Girare e editare sin dalle medie è stata senz’altro una cosa che mi ha temprato e mi aiuta molto nella stesura di una storia, visualizzandone le scene, i punti di vista, gli snodi, i tempi di narrazione, come se stessi montando immagini su pellicola. La cosa buffa è che questo romanzo è nato nella mia testa proprio come un film che volevo girare, ma era un progetto talmente complicato che è finito nel dimenticatoio insieme ad altri: la scrittura del romanzo è stata capace di fornirmi tutto il budget del mondo, a portata delle mie dita appoggiate sulla tastiera del computer. È stato un modo per dare dignità e forma a una storia che probabilmente girata con pochi mezzi sarebbe stata una pacchianata terribile. Per quanto riguarda la musica, amo inserire componenti sensoriali forti mentre scrivo, e scrivere ascoltando brani di ogni tipo, dalla classica all’ambient, dal pop punk al metal. È come donare una soundtrack al film che si sta girando.

8. Come ti relazioni con i social network, relativamente alla tua attività di scrittore?
Uso molto Facebook e Instagram per dare una forma “visiva” al romanzo, condividendo immagini suggestive, estratti, clip video e roba così. Oggigiorno la presenza in rete è importante. Ho persino realizzato dei book trailer (clicca qui per vederlo) per introdurre i potenziali lettori all’atmosfera del libro. Purtroppo ora come ora gli algoritmi di Facebook penalizzano un sacco le pagine artista, quindi la cosa migliore è senz’altro parlare della propria opera sul profilo personale, sui gruppi di scrittura e (soprattutto) faccia a faccia. Ed è lì che vien fuori l’importanza di presentare il proprio libro: sembra un salto nel buio, ma è come quando togli le rotelline alla bici. Quello che ti aspetta sarà senza dubbio un concentrato di croste sulle ginocchia e sui gomiti, almeno all’inizio, ma vuoi mettere l’adrenalina quando inizi a capire come sfrecciare senza paura, col vento in faccia?

9. Hai rapporti con “colleghi” scrittori? E se sì, come sono?
Conosco alcuni ragazzi della mia età che scrivono, ma la maggior parte dei rapporti con i “colleghi” li sto avendo tramite i gruppi di scrittura su Facebook. Molti sono purtroppo delle specie di bacheche dove ognuno bada al suo orticello spammando copertine di romanzi rosa a 99 centesimi su Amazon con titoli e progetti grafici da far rabbrividire, ma se uno aguzza la vista può trovare piccoli gruppi contenuti, dove il confronto e la discussione avvengono in modo civile e costruttivo. Ho conosciuto molti colleghi in questo modo (compreso te, Roberto) e devo dire che è stata e continua a essere un’esperienza davvero molto piacevole.

10. Cosa pensi dell’ebook e quale prevedi che sarà il suo peso nell’editoria nel prossimo futuro?
Ho letto libri sia in formato ebook che kindle, e credo che la presenza del digitale nell’editoria sarà sempre maggiore, ma il cartaceo è assai più difficile da soppiantare che il cd. Ora nemmeno più le auto o i pc hanno il lettore compact disc, ma il libro stampato è un qualcosa di più stabile, basti pensare alla quantità di supporti audio esistenti sin da prima dello streaming online. Vinile, musicassetta, minidisc, mp3; solo nell’ambito video abbiamo avuto nel giro di pochi decenni Super8, Betamax, VHS, LaserDisc, DVD, HDDVD, BluRay, BluRayUHD… Voglio dire, il cd esiste solo dagli anni ’80, e la stampa dalla metà del ‘400 (almeno in occidente): credo che durerà ancora a lungo. Personalmente, leggo ebook o kindle solo per comodità, magari per avere a portata di mano qualcosa da leggere quando sono in giro e ho dei “buchi” di tempo (tipo alle poste o in stazione), senza starmi a portare tremila volumi. Ma l’odore della carta è tutto un altro mondo, c’è poco da fare.

11. Come valuti il riscontro dei lettori riguardo al tuo romanzo? 
Per ora i pareri e le recensioni che ho avuto mi hanno dimostrato quanto bene i lettori abbiano recepito ognuno degli elementi che ho sepolto tra le righe del romanzo: è stato apprezzato l’umorismo anche senza conoscerne molti elementi, il citazionismo ha portato alcuni a conoscere nuova musica o nuove cose, le parti più oniriche o sofferte hanno smosso qualcosa nei lettori anche se le esperienze erano diverse, e i brividi sono arrivati esattamente nei punti che mi hanno tolto il sonno mentre scrivevo. Una delle recensioni che più mi ha sconcertato è stata quella di una signora di cinquant’anni: mi ha detto che non conosceva quasi niente della cultura pop della mia generazione, ed essendo una donna con una figlia femmina, il mondo maschile le era praticamente ignoto. Eppure è stata inghiottita dalla storia, si è identificata nelle vicende, dalle più buffe alle più strazianti, ha imparato molto dei maschietti e ha fatto paralleli con la sua vita, così diversa dalla mia eppure paradossalmente simile. “Voglio che si sappia che questo libro non è adatto solo a un’età”, ha detto alla mia presentazione: ero molto emozionato, e lo era anche lei, soprattutto perché aveva appena incontrato alcuni dei personaggi in carne e ossa. “Mi sembrava di conoscerli già”, mi ha confidato. Un’altra persona mi ha rivelato di essersi ritrovata nelle parti del romanzo in cui si lambiscono temi come la depressione, dicendomi che erano talmente accurate da far male. La cosa strana è che non sono mai stato in depressione, nel senso clinico del termine. Eppure ho trasmesso qualcosa, ho come trovato un “ponte” tra me e persone con storie diverse dalle mie. Cose del genere mi lasciano a bocca aperta, e mi fanno pensare che forse qualcosa di buono l’ho fatto.

12. Quali sono le tue aspettative, riguardo alla scrittura?
Non ho grossissime aspettative, ma non mi demoralizzo. Cerco di mantenere i piedi per terra. Dopotutto sono ancora all’inizio di un percorso: vorrei fare più presentazioni per far conoscere la mia creatura di carta e inchiostro, quello sì. La prima è stata una sorta di test: l’ho fatta nel luogo dove sono cresciuto, dove ho studiato e dove gran parte della storia è ambientata… era il giusto modo per far nascere definitivamente il libro. Adesso ha bisogno di incontrare nuove persone, e uscire dal luogo sicuro che l’ha visto nascere. Il responso è stato positivo e le vendite soddisfacenti, seppur in piccolo, ma vorrei fare di più. Nella vita mi occupo di un sacco di cose: compongo colonne sonore, giro videoclip, collaboro con uno studio di registrazione e con un canale youtube di cinema, quindi a volte mi dedico “a turno” a ognuna di queste cose. Ma il percorso di Come Formiche in Fila è appena iniziato, e non ho intenzione di fermarmi.

13. Hai progetti in corso in questo momento?
Ho un altro libro in cantiere. Il titolo c’è già, ma non lo dico perché forse lo cambio (c’è già un altro libro che si chiama così). Buffo a dirsi, anche questa storia nasce da una sceneggiatura di un film amatoriale mai realizzato. Anch’essa ha molti personaggi, ma forse stilisticamente è meno variegata di Come Formiche e più “focalizzata” e compatta, soprattutto come scrittura. Diciamo che, se Formiche è definibile come una storia d’infanzia apparentemente “leggera” con un’inaspettata svolta drammatica, il mio nuovo romanzo sarà complementare: una storia cupa e apparentemente senza speranza, ma con una luce visibile in fondo al tunnel. Non so ancora come mi muoverò per la pubblicazione: vorrei riprovare a sondare il terreno con altre case editrici. Ce ne sono molte anche piccole ma con un gran cuore, e non mi vanto certo di averle contattate tutte. Senza dubbio mi piacerebbe però spingermi più in là che posso con l’autopubblicazione, per vedere fin dove sono in grado di arrivare con le mie mani. E poi ho già in mente il design della copertina, mi piacerebbe curare tutto il “pacchetto” come ho fatto per il mio primo romanzo, almeno all’inizio (ringrazio Antonella Pieraccini per il suo prezioso contributo stilistico – il fatto che sia mia madre non cambia il fatto che sia una graphic designer con i controfiocchi, di quelle che amano ancora sporcarsi le mani con matite, carta e colla). Non so bene come funzioni, ma credo sia possibile uscire sotto casa editrice anche se ci si è autopubblicati. Anzi, a quanto ho capito alcuni autori sono usciti alla ribalta con un editore grazie al successo in self. Ad ogni modo, c’è una cosa interessante da dire su questo nuovo romanzo che sto scrivendo: è ambientato nello stesso universo di Come Formiche. Non ci sono grossi collegamenti, le storie sono diverse, ma alcune comparse che si muovono sullo sfondo in Formiche saranno personaggi più importanti in quello nuovo. Niente di importante ai fini della vicenda, ma mi piace il fatto che si possa percepire un mondo più ampio dietro alle storie che racconto. Perché dopotutto, quel mondo c’è, ed è quello in cui ho vissuto finora.

Grazie per la chiacchierata Armando. Per finire vuoi dirci dove si può trovare il tuo libro?
Il libro lo potete trovare in formato sia digitale (ebook, kindle) che cartaceo sul sito di Streetlib a questo link: http://goo.gl/rvrUWk – oltre che sugli store più importanti come Amazon, iBooks, eccetera. Potete scrivermi in privato anche su Facebook o Instagram (@redishere) se volete ulteriori informazioni: qualcuno mi ha anche chiesto una copia con dedica (cosa che mi ha lasciato sbalordito). Finché non saranno terminate le copie che ho a portata di mano, sarò lieto di scarabocchiarvele (non troppo) e consegnarvele tramite corriere nel giro di pochi giorni. Grazie davvero in anticipo per il supporto e per la lettura, compresa quella di questa intervista, per la quale ringrazio di cuore te, Roberto. A presto!