giovedì 17 dicembre 2015

Recensione: Joshua di Massimiliano Riccardi


Il male, spesso, ha radici concrete, non nasce per caso, non si genera dal niente, ha bisogno di un seme e di essere coltivato, deve trovare un ambiente adatto per crescere e svilupparsi.
Questo seme trova un terreno fertile nell’animo di Joshua, uno dei due protagonisti del romanzo di Massimiliano Riccardi, quello che da il titolo al libro. Il suo percorso di vita, fatto di violenza e abusi, si svolge nella profonda provincia americana, uno scenario perfetto per una normalità di facciata e i terribili segreti di un’esistenza solitaria, segnata dall’odio e dal rancore. Gli si contrappone lo sceriffo Stark Dumpsey, un uomo giusto, che per indole e, forse, casualità, ha deciso di seguire la retta via, con tutte le difficoltà e i drammi che questa scelta comporta. In Joshua non si deve arrivare alla fine con il dubbio su chi sia il colpevole, è chiaro fin dall’inizio da che parte stanno gli attori di questo racconto. È anche nel mettere le carte in tavola fin da subito che sta la forza del romanzo, nel procedere a ritroso dipanando i tanti nodi che l’intreccio narrativo propone al lettore. Non ho usato il termine “attori” per caso, il taglio del libro, con i suoi repentini stacchi, dissolvenze e flashback, è decisamente “cinematografico”, con frequenti rimandi a un immaginario collettivo che è consolidato e perfettamente inquadrato nel genere.
Una storia dalle tinte molto forti, assecondata da una scrittura fluida e matura, fa di questo romanzo un ottimo esempio di letteratura noir, al punto da stupire, se si considera che questo è, di fatto, un esordio.
Massimiliano Riccardi dimostra di aver appreso in pieno la lezione dei maestri d’oltreoceano e si candida a diventarne un degno erede.