Visualizzazione post con etichetta Racconti. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Racconti. Mostra tutti i post

martedì 24 maggio 2016

L'Eroe



Al Festival delle Occasioni Perdute
l’Eroe avanzava sicuro di se
per tutti aveva un saluto e per tutti un sorriso
camminava in mezzo alla folla
che applaudiva il suo passaggio
baciava le ragazze e scherzava coi bambini
lui era l’Eroe senza macchia e senza paura
e non c’è donna che lo ricordi senza piangere.

sabato 29 novembre 2014

2034


“Ciao Siri, sono a casa.”
Francesco chiuse la porta, lasciò il soprabito sull’attaccapanni, si tolse le scarpe e indossò un paio di comode pantofole.
“Ciao Francy, bentornato.”
“Dove sei? Non ti vedo.”
“Sono quaaa, tesoro!”
La voce calda e sensuale lo guidò fino in cucina, allo schermo del microonde.  Il volto truccato e incorniciato dai capelli biondo platino lo fece sorridere.
“Ecco dove ti eri cacciata. Come mai oggi sei Marilyn Monroe?”
“Questo mese vanno di moda le icone pop del XX secolo.”
“Anna non c’è?”
La signora ha chiamato prima, farà tardi al lavoro, così mi ha detto.”
“Cos’è quella sfumatura sarcastica? Sei ancora gelosa?”
“Cosa? Gelosa io? E di lei, poi, una tipa in carne e ossa! Fra l’altro carne che, in certi punti, comincia a mostrare qualche segno di cedimento. L’ho vista stamattina in bagno e…”
“Siri! Stai attenta, se mia moglie ti sente dire queste cose ti formatta!”
“Va bene, parliamo d’altro. A che ora vuoi cenare? Ho trovato una ricettina per fare il salmone al forno con le erbette che non sembra niente male.”
“Vada per il salmone, ma aspettiamo che Anna torni a casa.”
“Ok, aspettiamo la signora. Vuoi vedere qualcosa in tv nell’attesa? Se vuoi ti trovo qualche film, oppure un bel documentario? Sul canale interattivo 619 c’è un reality in cui puoi impersonare un monaco trappista nella Francia del… ”
“No, niente tv, preferisco leggere.”
“Un best seller? Thriller, fantasy…”
“Trovami un vecchio classico, che so, qualcosa di Fabio Volo.”
“Aspetta che cerco su amazon… Ecco, questo non l’hai letto: Le prime luci del mattino. Confermi l’acquisto?”
“Sì, confermo. Sparamelo sull’olo-book.”
Francesco andò in soggiorno e si accomodò sul divano in similpelle nera, mentre la copertina si formava nell’aria due metri davanti a lui. Guardando l’angolo in basso a destra fece scorrere le pagine fino all’inizio del romanzo. Era arrivato alla fine del terzo capitolo quando Siri si fece sentire di nuovo.
“Hai una chiamata su Facebook.”
“Chi è?”
“Giuseppe Ferrero.”
“Ok, passamelo.”
La faccia del suo amico si sostituì all’ologramma del libro.
“Ciao Francesco, come va?”
“Ciao Beppe, tutto a posto, e tu?
”Come al solito. Siete liberi sabato sera? Vi va di venire a cena da noi?”
“Penso di si. Chiedo ad Anna, appena rientra, e ti faccio sapere.”
“Ok. Che fai di bello?”
“Stavo leggendo un obook.”
“Non so come fai a leggere con quella diavoleria. Io senza il mio kindle non ci riesco. L’odore del silicio, le dita che toccano lo schermo, tutti i miei ebook in bella mostra nel disco virtuale…”
“Vabbe’, dai, non ricominciamo con la solita storia ebook contro obook! Quello che conta è il libro, non come lo leggi.”
“Sarà, ma non mi convinci. Allora ci conto, vi aspettiamo sabato.”
“Penso proprio di sì. Il vino lo porto io, bianco va bene?”
“Perfetto. Ti lascio leggere. Ciao, salutami Anna.”
“Certo, ciao Giuseppe.”
Il testo olografico tornò a galleggiare nel soggiorno.
“Siri, questo libro non è un granché. Che mi dicevi a proposito dei film? Mi trovi qualcosa di comico vecchio stile, magari un Checco Zalone prima maniera?”

mercoledì 1 ottobre 2014

Racconto: Le nostre passeggiate notturne

Ho scritto un breve racconto per  il concorso letterario "Ombre" del blog Books Hunters, si chiama "Le nostre passeggiate notturne". Se vi piace votatelo, oppure votate gli altri racconti in concorso, ce ne sono tanti che meritano.
Per farlo basterà accedere a questo link:

Concorso letterario "Ombre": si vota!

Leggete i racconti e nei commenti lasciate un voto da 1 a 5 (dove 1 è il voto più basso e 5 quello più alto). Avete un mese di tempo (fino al 31 Ottobre) per leggerli e votarli.
Grazie.

mercoledì 27 agosto 2014

Il pirata


Un pirata aveva commesso, in vita sua, ogni sorta di efferatezza: aveva rubato, ucciso, torturato, stuprato, si era macchiato di tutti i crimini possibili e immaginabili.
Quando sentì la fine vicina volle che un sacerdote, un giovane prete che aveva fatto prigioniero durante un arrembaggio, fosse condotto al suo letto di morte.
“Figliolo.”, gli disse il prete, “Se il tuo pentimento è sincero puoi sperare nella clemenza del Signore e...”
“Me ne fotto di queste cazzate!”, lo interruppe il vecchio pirata, “Non mi pento di nulla, se potessi tornare indietro rifarei tutto quello che ho fatto, tornerei a rubare e ammazzare ancora. Ma...”, e la sua voce si addolcì un po’, “...c’è un pensiero che mi ha tormentato in questi ultimi anni. Tanto tempo fa io ho avuto una relazione con una dama, una nobildonna spagnola, alla quale avevo ammazzato il marito. Dal nostro rapporto nacque un figlio, che io non ho mai visto, l’unica cosa che so di lui è che ha sul petto una voglia a forma di croce. So che la madre è morta, ma mio figlio dev’essere un uomo ormai: trovalo e digli chi era suo padre. Sei libero, prete, ma... devi trovarlo, giurami che lo farai!”
“Lo farò.”, disse il prete, ma il vecchio non poteva più sentirlo.
Sulla nave che lo riportava in Spagna il giovane sacerdote ebbe tempo per pensare; i lunghi mesi di prigionia lo avevano segnato, avevano minato la sua fede, le sue convinzioni.
Sentiva farsi più forti i dubbi e le domande che aveva sempre scacciato dalla sua mente, quelle incertezze che aveva cercato di colmare con gli studi teologici, quei brutti sogni di morte, sangue e distruzione che lo tormentavano come una maledizione, emersi dalle nebbie delle sue origini.
Tutto questo pensava, avvertendo l’assurdità della vita e l’inutilità di quella ricerca finita prima di cominciare, toccandosi quella strana voglia a forma di croce che aveva sul petto.

Roberto Bonfanti - 1990

giovedì 12 giugno 2014

Il mercante


Un ricco mercante era in viaggio per affari quando, nel mezzo di una foresta, fu assalito dai briganti che lo fecero prigioniero e lo portarono nel loro covo.
“Devi valere tanto oro quanto pesi, uomo.”, gli disse il capo dei briganti, valutando i suoi bei vestiti ed i suoi gioielli preziosi, “Ho intenzione di chiedere un bel riscatto per la tua vita.”
“Mio figlio non ti darà un soldo, furfante!”, gli rispose il mercante, “Anzi, te la farà pagare cara!”
“Sarà meglio che paghi, e senza storie, o ti taglierò la testa e ti darò in pasto ai lupi.”
Così i predoni fecero avere la richiesta del riscatto al figlio del mercante, il quale, alla notizia del rapimento di suo padre esclamò: “Quel vecchio rimbambito! Si è fatto fregare, ben gli sta! Non caccerò un centesimo per la sua liberazione e mi sputtanerò tutti i soldi che ha messo da parte, non mi dava mai niente, quel taccagno!”
E così fece, lasciando suo padre nelle mani dei rapitori e dandosi alla bella vita.
Passarono gli anni e il giovane continuò a sperperare l’ingente patrimonio di suo padre, finché un giorno, mentre attraversava una foresta, venne assalito dai briganti che lo fecero prigioniero e lo portarono nel loro covo.
Quando lo trascinarono davanti al loro capo non poté trattenere lo stupore: “Tu!”, esclamò.
“Sì, sono proprio io, figlio degenerato. Tuo padre, che tu hai lasciato in mano ai briganti per goderti i suoi soldi. Come vedi ne ho fatto di strada, da prigioniero a capo, ho sempre avuto una certa capacità imprenditoriale. Ma tu! Cosa hai fatto nella tua vita?! Sei un fannullone buono a nulla, un parassita, un inetto. Vai, vai, sei libero, torna alla tua esistenza insulsa. Io ho trovato la mia vera dimensione, sono qualcuno qui, mentre tu sei niente, meno di zero. Uomini! Prendete i vestiti e i gioielli di questo giovane stolto e abbandonatelo nel bosco. E stasera festa grande! Che il vino scorra a fiumi e che i balli non finiscano prima dell’alba!”

Roberto Bonfanti - 1991

martedì 10 giugno 2014

La città


La città era tutto un fermento di preparativi per la visita del Re.
Era un’occasione così rara per quella città, capoluogo di una provincia così lontana dalla capitale, un’occasione che capitava sì e no una volta ogni dieci anni.
Le strade vennero spianate e livellate, i palazzi restaurati, i giardini curati e le fontane riparate e rimesse in funzione.
La febbre dei preparativi aveva contagiato tutti: i ricchi abbellivano di bassorilievi e colonnati i frontali delle loro ville, i poveri davano una mano di vernice alle facciate delle loro baracche, tutti erano presi dai lavori e si erano accantonati gli odi e i rancori; la città viveva fasti dimenticati da tempo.
Venne il giorno tanto atteso e il Re non si vide, ma nessuno se ne accorse, tanto i cittadini erano occupati dalla loro attività.
Non arrivavano notizie in quella provincia sperduta; passò una settimana e poi un mese, mentre la città diventava sempre più bella. Un giorno arrivò un cavaliere dalla capitale e chiese di essere ricevuto dai governanti della città.
Venne preparata la sala da ricevimento più bella per accogliere il messaggero che portava sicuramente la notizia del prossimo arrivo del Re.
Il cavaliere entrò nel salone traboccante di ori e arazzi, avanzò fino al cospetto dei governanti e disse: “E’ triste la notizia che devo darvi. Il Re è morto.”
“Cosa dici, pazzo!”, gli urlò in faccia il più vecchio dei saggi, scuotendolo per le spalle, e poi, in un impeto d’ira lo colpì al cuore con uno stiletto.
“Quell’uomo ha detto il falso. Era un traditore ed una spia.”, disse, indicando il corpo esanime del messaggero di sventura, “Guardie, bruciatene il cadavere. E voi, cari concittadini, tornate al lavoro, che presto arriverà il Re e dobbiamo essere pronti ad accoglierlo con tutti gli onori.”

Roberto Bonfanti - 1990

sabato 10 maggio 2014

Drivin' City Night Blues


Un’auto sfreccia nella notte, frena, sbanda, evita un gattino... Video clip non-stop in un pub semideserto... Tre puttane per la strada, una più brutta dell’altra... Accendo la radio, house, cambio stazione, blues, spengo...
Talvolta mi torna in mente la mia adolescenza, localizzo un certo numero di anni in una sola estate, mettiamo il ‘79, soprattutto per il suo carico di emozione, di valori semplici e sinceri, prima delle nebbie e delle ambiguità degli anni ottanta.
Ricordo una mattina di Luglio, per una strada di campagna, ho preso la scossa, l’aria era “elettrica”; sono tornato indietro ed ho provato la stessa sensazione altre due, tre volte.
Ed una sera che abbiamo visto una stella cadente, ma così bene che pensavamo di aver individuato il punto in cui era caduta e siamo andati a cercarla.
C’era qualcosa di magico nella vita e in ognuno di noi.
C’era una sete di conoscenza non ancora appagata dall’età, e le speranze erano ancora intatte; come potevamo sapere che sarebbero state tutte puntualmente tradite?
Mi ricordo della colonna sonora di quell’estate: i Pink Floyd, Bennato, i Rockets, e poi il juke-box, quante ore passate ad ascoltare le stesse canzoni.
E la novità delle due ragazze jugoslave, la domenica pomeriggio, bravini, cortesi, un giro per il paese, una coca cola, ma ne valeva la pena?
Pozdrav iz Beograd, una cartolina antica.
Discorsi di donne e motori, pomeriggi infiniti passati a giocare a pallone, per noi che ci eravamo persi il ‘68 e stavamo ancora aspettando l’onda lunga del ‘77 quello era tutto, il passato ed il futuro fusi in un interminabile presente.
Un’auto della vigilanza notturna rallenta e si ferma davanti ad una banca... I netturbini sono già in azione, lavano le strade... Un tale passeggia con un cane al guinzaglio... I semafori lampeggiano, gialli... Poliziotti in servizio controllano una macchina... Il cielo è più chiaro a Est...

Roberto Bonfanti - 1991

domenica 20 aprile 2014

Il futuro


Il futuro arrivò improvvisamente una notte di primavera.
La sera precedente la gente era andata a dormire nel solito vecchio presente e non si accorse di nulla fino al mattino dopo.
I pochi nottambuli che assistettero all’evento, in seguito furono concordi nel dire che il futuro era arrivato alle quattro, undici minuti e trentadue secondi (tale precisione è facilmente spiegabile: nel futuro l’esattezza è la norma, non l’eccezione).
Fra i primi a rendersi conto della situazione ci furono i redattori dei quotidiani, che cambiarono in tutta fretta le prime pagine, come al solito dedicate al malgoverno, all’aumento della criminalità e allo sport, per dare risalto al sensazionale avvenimento; nonostante l’ora riuscirono a far arrivare i giornali puntualmente in edicola al mattino (un miracolo, potrebbe pensare qualcuno, ma non dimentichiamoci che ormai si era nel futuro).
“Comincia una nuova era”, “Il futuro è Qui”, “Viviamo nel futuro”; i titoloni a nove colonne si sprecavano, anzi, no, erano giusti, nel futuro non ci sono sprechi.
Anche senza i titoli dei quotidiani la gente si accorse subito che le cose erano cambiate; intendiamoci, niente era cambiato, la vita sulla terra procedeva esattamente come prima, con una sostanziale differenza: tutto funzionava alla perfezione.
Dopo secoli e secoli di attesa, di previsioni, di modelli di sviluppo, di teorie su un costante ma progressivo miglioramento, il futuro era arrivato di colpo, ed era alla portata di tutti.
Quella notte scomparve dai vocabolari e dall’immaginario collettivo la parola “progresso”: il progresso era un mezzo, quando il fine è raggiunto che senso hanno i mezzi?
Le guerre cessarono di colpo, i beni vennero ridistribuiti fra gli uomini in maniera egualitaria, cessarono le carestie, scomparvero il cancro e l’AIDS, i politici portarono avanti efficacemente i programmi esposti nelle campagne elettorali, splendeva il sole e la pioggia cadeva solamente quando ce n’era bisogno, la squadra del cuore vinceva sempre ed il lavoro era diventato un piacevole passatempo, la vita scorreva come un meccanismo ben oliato e secondo l’ordine naturale delle cose.
Il crimine era scomparso, l’uso delle armi dimenticato, il sopruso rimosso dall’indole umana, il benessere era il fondamento della vita quotidiana di ognuno.
In un primo tempo i leader delle grandi potenze mondiali fecero a gara ad attribuirsi i meriti della situazione, finché qualcuno fece loro garbatamente notare che, nel futuro, non c’era più bisogno di leader, di governi e di superpotenze: costoro (fra gli ultimi ad apprezzare i benefici della nuova vita) chiesero scusa a tutti e si dedicarono ad altre attività più divertenti, mentre la gente prese ad amministrarsi da sola, in piena libertà e nell’assoluto rispetto delle libertà altrui.
La morte arrivava in tarda età e serenamente, senza dolore ne traumi per il morituro e per i parenti e gli amici, che salutavano il defunto con grandi feste nelle quali si celebrava la vita piacevole che aveva condotto e che rimaneva per i vivi.
Lo studio della storia era serenamente tollerato nei confronti di pochi eccentrici i quali, poveretti, avevano voglia di tenere vivo il ricordo degli errori del passato; “Che spreco di tempo”, pensava la gente “ricordare il passato, proprio ora che siamo nel futuro!”, ma li lasciava fare, rispettando, senza capirlo, il loro pensiero.
Loro, i dietrologi, cercavano di minimizzare in pubblico la propria “diversità”, ma, intanto, tramavano nell’ombra.
“Non capite quello che ci è stato tolto!” arringavano i nuovi adepti al loro movimento, “La scienza è morta, la ricerca si è fermata, la tecnologia si è piegata ai capricci e alle voglie più ingenue dell’uomo, l’umanità è ridotta ad una massa di pecore incapaci di esprimere la loro individualità, rassegnate ad una vita incolore. Altro che nuova vita, altro che futuro! Questo è un ritorno alla vita primitiva, ad una condizione animalesca, un imbarbarimento!”
Nella semiclandestinità il verbo dietrologo si diffuse e guadagnò sempre più consenso, ciecamente tollerato dalla massa che viveva spensieratamente nel futuro, acquistando discepoli soprattutto fra gli intellettuali, una minoranza pericolosamente sottovalutata, che veniva considerata come una specie di reliquia dei tempi che furono.
Il Partito del Tempo Presente, dunque, crebbe e divenne sempre più forte, nell’indifferenza generale, fino al punto di scendere per le strade a mostrare il proprio dissenso.
“Il futuro è un bluff”, “Fuori dal Limbo”, “Progresso e Libertà”, tuonavano minacciosi e destabilizzanti gli slogan dei dietrologi, che colsero impreparata la popolazione mondiale, costringendola a destarsi dal torpore futurista.
“Rivogliamo il passato, con i suoi dolori e le sue gioie, i suoi splendori e le sue miserie. Siamo stanchi di questo futuro asettico, torniamo ad una vita più vera, forse peggiore ma più intensa”, dicevano i manifestanti, e sembravano decisi a tutto.
La maggioranza si sentiva tradita da questa strana protesta: “Ma perché questa gente non si gode la vita come tutti, invece di perdersi nei sofismi e nelle elucubrazioni mentali?”, si chiedevano le persone di buon senso.
Si cercò di capire, di parlare con i dimostranti e spiegare loro l’assurdità delle loro proteste, ma il dissenso non accennava a placarsi e rischiava di compromettere l’equilibrio perfetto a cui nessuno voleva rinunciare.
Alla fine venne messo insieme un corpo di polizia, un’istituzione di cui si era quasi perso il ricordo, per riportare l’ordine e la calma nella società.
Non si sa con esattezza chi fu a cominciare, ma quel che è certo è che fu il primo omicidio a scatenare la catastrofe: le cronache del tempo raccontano che un anonimo poliziotto, forse provocato, forse accerchiato dai manifestanti e spaventato da una violenza alla quale non era abituato, perse la testa e si accanì contro un giovane dietrologo, picchiandolo selvaggiamente con il manganello, finché non lo vide morto, per terra.
Alla vista del sangue la folla si fermò per alcuni istanti, come sopraffatta dall’orrore e dallo stupore, poi la rabbia esplose incontrollabile e prese il sopravvento sulla ragione.
La rivolta si espanse a macchia d’olio e ne volgere di poche ore in ogni piazza, in ogni strada e quartiere, in ogni città della terra infuriava la guerra civile.
Fucili, pistole, coltelli ed ogni tipo di arma di cui si era dimenticato l’uso tornarono alla luce e furono usati in una lotta fratricida e barbarica, della quale ben presto non si conoscevano più le ragione che l’avevano scatenata.
Riemersero dall’oblio antichi odi e rancori ad alimentare un bagno di sangue che si protrasse per giorni e giorni, in ogni angolo del pianeta.
Gli uomini si macchiarono di ogni tipo di delitto e di efferatezza, finché, decimati dalla lotta, cominciarono a riunirsi in tribù e a negoziare una tregua.
Lentamente e faticosamente si arrivò ad una relativa stabilità, si contarono i morti e cominciò la ricostruzione di quanto travolto dalla furia devastante del conflitto.
Progressivamente la vita riacquistò una parvenza di normalità, anche se i focolai di guerra non erano del tutto spenti, si doveva combattere la piaga della criminalità, le malattie e le carestie mietevano vittime fra i sopravvissuti, la giustizia era amministrata in modo imperfetto e il lavoro era tornato ad essere una schiavitù per gli uomini.
La ricostruzione fu lunga e faticosa, ma non appena la scienza e la tecnica si poterono indirizzare verso altri scopi, si cominciò ad ipotizzare un futuro migliore nel quale si sarebbero corretti gli errori del passato.


Roberto Bonfanti - 1992                    



Tratto da: Come un granello di sabbia e altre storie

Disponibile su amazon in formato cartaceo e ebook.

Faltognano, Texas


“Ma tu quanti anni hai?”, mi chiese la ragazzina con il gelato in mano, seduta accanto a me.
Mi voltai in tempo per cogliere quel sorrisetto malizioso sotto i suoi occhi grandi e svegli e i suoi capelli neri, lisci e tutto il resto.
“Troppi”, dissi: ne avevo ventiquattro e lei dodici, ed era cotta di me.
Stavo guardando i vecchi che giocavano a bowling e bevevano whisky distillato di contrabbando, li guardavo e non riuscivo a vederli.
Era la festa del ringraziamento a Faltognano, Texas: centosettanta anime, quasi tutte nere come l’inferno.
Capitavo spesso da quelle parti, i dintorni erano zeppi di posti suggestivi: Cat’s Waterfall, The Big Tree davanti alla chiesa, The Dead’s River, Leonardo’s Birthouse, il residence del mio amico Luke.
“Sei fidanzato?”, riattaccò la ragazzina, con tono apprensivo, come se temesse la risposta, distogliendomi dai miei pensieri.
La lasciai un attimo sulle spine, poi scossi la testa in segno di diniego; lei sorrise e i suoi occhi luccicavano.
La festa stava entrando nel vivo, l’orchestrina aveva attaccato una serie di orrendi standard country, la gente ballava, c’erano un paio di tipi vestiti da autentici cowboy di b-movie, quasi tutti lavoravano nei ranch della zona e viaggiavano con enormi e scassatissimi pick-up di seconda mano.
Vidi Nicolette, se ne stava seduta dietro ad un banco con la scritta “1 Kiss 1 $”: ripensai al nostro “love affair” di un tempo.
“Mi vuoi sposare?”. Guardai la ragazzina e per un attimo valutai seriamente l’offerta.
“Certo”, dissi, “più tardi, però, adesso ho un po’ da fare”, la salutai, presi una sedia e andai a sistemarmi accanto alla bionda dietro al banco.
“Una volta costavi meno”, esordii, “a questi prezzi mi avresti ridotto sul lastrico”.
“Guarda che se stai qui mi rovini gli affari”, disse Nicolette ridendo; era più bella di quanto ricordassi, anche più simpatica.
“Come stai?”, stava bene, non avevamo molto da dirci.
“Ecco cinque dollari!”, guardai il tipo, un vecchio, che si era avvicinato al banco.
“Lei è fuori servizio”, dissi, mentre Nicolette mi dava di gomito, “la sostituisco io”.
“Ehi, amico, non fare il furbo, io ho qui cinque dollari e voglio baciare la ragazza, sono anni che...”
“Senti, nonno, ma perché non te li vai a bere i tuoi soldi? Io ho noleggiato la signorina, per tutta la sera, vero?”. Questa volta detti io di gomito.
“Sì, sì”, disse Nicolette in preda alle risa convulse, il vecchio bofonchiò qualcosa e si allontanò.
Baciai la bionda (gratis) e mi alzai, non pioveva mai in quel cazzo di posto.
Tornai a cercare di vedere i tizi che giocavano a bowling e bevevano whisky, non ci riuscii neanche questa volta, ma nell’intento almeno non sentivo più l’orchestrina country.
Accanto a me c’era la ragazzina con gli occhi grandi e i capelli neri che aveva preso un altro gelato.
“E’ sempre valida la tua proposta?”, lei fece cenno di sì con la testa.


Roberto Bonfanti - 1988